Cari poeti, cari Intellettuali che scriverete su questo blog,

Cari studenti che parteciperete alla Summer School in Law and Humanities di Nice,

le domande che trovate sul sito nella sezione Aenigmata sono sorte in questa Materre ideale che è la nostra università, la nostra facoltà di Giurisprudenza. Abbiamo iniziato a studiare tre processi in cui l’identità, individuale e collettiva, veniva riscritta:

  • il processo per concussione fondato su false accuse al sindaco/poeta di Tricarico Rocco Scotellaro negli anni ’50;
  • due processi oggi in corso in Turchia e in Italia, il finto processo a centinaia di intellettuali accusati di istigazione al terrorismo per aver firmato un appello per la pace nelle regioni curde e quello al sindaco di Riace, Mimmo Lucano, e al suo modello di integrazione dei migranti.

Sono tre situazioni molto diverse l’una dall’altra, in cui il diritto – o il suo rovescio, usato dalla politica o dalla burocrazia – cerca di riscrivere l’identità individuale dei processati, e forse anche quella collettiva di una nazione, di una cultura. Sono tre processi identitari che giudicano, di un giudizio a un tempo giuridico, politico e sociale, identità e modi di vivere.

Lo abbiamo fatto con gli studenti dei Dipartimenti di Giurisprudenza delle Universiità di Torino e del Piemonte Orientale/Novara, nei corsi di Filosofia del diritto, Clinica legale della disabilità e della vulnerabilità, European Law and Humanities, nella Summer School in Law and Humanities di Nice e poi insieme agli ospiti della comunità di pre-inserimento “Casa Shalom” di Marentino e della comunità Mamma-Bambino di Grugliasco di Terra mia onlus. Lo abbiamo fatto in aula e in comunità, nell’ideale Symposium di Materre, che continuerà nella Summer School in Law and Humanities di Nice in giugno e in luglio che si concluderà a Matera nella Festa della Terra conclusiva del progetto il 23 e il 24 agosto, e poi nel corso del prossimo anno accademico, in diverse Università italiane ed europee, e ancora e ancora. Speriamo che di qui parta un processo di rinnovamento della didattica e della ricerca autenticamente europeo.

Perché, però, partire da Rocco Scotellaro?

Parlando del giudice del suo processo, causato da false accuse dettate da ragioni politiche, Rocco Scotellaro scriveva, ne L’uva Puttanella:

“Il mio giudice mi disse: – Dite se è una persecuzione politica, ma datemi le prove. Io lo guardai, un secondo, con l’occhio del suo antenato e con quello di suo figlio. Gli vidi i baffi neri e la fede al dito, le labbra di creta e i suoi occhi scattavano come persiane. Avrei voluto parlargli d’altro, non gli risposi. Seppi poi che disse a un suo amico che io lo guardavo dall’alto in basso. Infatti, lui mi pareva una sveglia enorme su un comodino. Tutti i giudici erano dei pendoloni carichi, le cui lance segnavano il tempo, le ore e i minuti e scoppiavano all’ora voluta dal potere esecutivo”.

Per fortuna il diritto solo a volte è questo, e ci piace contrapporre a quella figura di giudice quella narrata in prima persona da Elvio Fassone, nel suo “Fine pena: ora”.

Il giudice, lì, usa le lancette del tempo in un senso affatto diverso. Intrattiene per ventisei anni, dopo la fine del processo, una corrispondenza con un reo che lui stesso ha condannato all’ergastolo, in un maxiprocesso alla mafia, per quindici omicidi. E un giorno riceve una lettera in cui Salvatore, in seguito a un’interruzione incolpevole dell’iter quasi concluso che lo avrebbe portato al regime di semilibertà, gli scrive:

“L’altra settimana ne ho combinata una delle mie: mi sono impiccato.
Mi scusi.
Adesso ho ancora male al collo, ma è passata”

Lascio alla penna, affilata e incisiva, del giudice il racconto della sensazione provata a quella notizia:

“Mi siedo turbato. La lettera giallognola, che con cadenza quasi regolare da ventisei anni ritma la mia esistenza, oggi ha un sottofondo funebre che mi fa sentire inetto. Realizzo che ventisei anni sono un tempo enorme. Nemmeno tra due amanti è pensabile uno scambio di lettere così lungo. Per la prima volta mi volto indietro e considero questa montagna di tempo, la cui scalata abbiamo pagato entrambi invecchiando. Per la prima volta mi trovo davanti all’idea che questa corrispondenza poteva e può finire. A dire il vero, mi ero già prospettato questa evenienza, ma pensavo che il carteggio sarebbe cessato per causa mia, non per causa sua. Mi ero perfino ripromesso di scrivere nel testamento un appello a qualche mio successore affinché avvertisse Salvatore del mio decesso. Oggi vengo informato che siamo stati a un soffio del registrare il suo.

… Mi si affacciano in disordine i pensieri che immagino che egli abbia concepito prima di appendersi a una cinghia. Uno su tutti è scolpito: nella scheda personale di Salvatore, in bella evidenza, c’è scritto: “Fine pena: Mai”. La tecnologia ha sostituito le cifre a queste tre lettere pesanti come macigno, e nella scheda che pretende un numero è scritto sarcasticamente l’anno “9999”. Ma il senso dell’eternità senza sbocco rimane intatto. Ebbene Salvatore ha voluto sostituire la parola “mai” con la parola “adesso”. La pena è finita, la recita è terminata, la giovinezza non è mai sbocciata. Tolgo il disturbo: fine pena: ora. Anzi, no, mi hanno salvato. Non volevo, mi scusi. Questa può essere una storia come tante”.

Io voglio immaginare che Rocco Scotellaro sia morto di fatica a trenta anni, idealmente proprio come uno dei contadini di Cristo si è fermato ad Eboli. Il racconto dei suoi ultimi giorni parla di una fatica tremenda, di notti insonni, per scrivere, per finire Il libro. Come racconta la madre, Francesca Armento nel racconto della sua vita dopo morto: da piccolo “Scriveva sempre. I frati e il direttore gli domandavano “Che cosa fai, sempre scrivi?” -. Lui diceva: “Che faccio? Scrivo cose che mi vengono in testa”. E due settimane prima di morire: “Il 29 novembre venne. Stette pochi giorni, ma sempre a scrivere. Allora me lo disse – Devo fare un libro per l’editore Laterza. Spero poterti fare contenta, ché tengo la moneta e andrò a prendere la laurea. Perché ci vuole la moneta: devo stare un po’ senza far niente, devo lavorare per conto mio per finire gli esami e fare la tesi. Perché ci vuole la moneta per stare un po’ senza far niente. E dopo me ne vado di nuovo a Portici, dove resterò sempre col dott. Rossi Doria, lavorerò per lui e per me a fare libri, e troverò una casa perché tu devi venire con me” E partì di nuovo. … “Quando ritorni?” MI rispose “Domani sera. Però non mi sento tanto bene”. Io risposi: “Non andare figlio mio, non ti curi per niente la tua salute” E mi disse: “Ma che ne sai! Io devo consegnare il libro a fine febbraio. Io lo so quando lo devo finire. E partì”.

“I dottori, dopo morto, dissero che non poteva vivere: si era otturata la vena principale del cuore. E io non faccio che pensare: “E forse sarà stato il lavoro, forse lo strapazzo a far viaggi, forse la carbonella di Irsina, il fumare; non si doveva alzare, come gli dicevano i dottori di stare a letto, non doveva andare a Napoli”… “Ho perduto il mio tesoro, il mio bastone, la mia speranza, la mia grandezza. Dove sono andate tante sue fatiche?”

Salvatore, invece, non è morto. “L’intervento tempestivo di un agente di custodia lo aveva salvato” scrive il giudice. E poi, illustrando il senso di quel gesto tentato di uccidersi, come avrebbe potuto fare il Pavese di Il mestiere di vivere, sentenzia “la pena è finita, la recita è terminata”. Scuola, processo, carcere, vita: forse diverse forme di una stessa recita identitaria.

Salvatore e Rocco sono solo due immagini, molto diverse, delle conseguenze, naturalmente inintenzionali, di un processo, di una vita, di una storia. Rocco avrebbe parlato di sicuro a lungo con Salvatore, come ha fatto con i suoi compagni di cella, con Giappone, Chiellino, Pasciucco, Fascina, Vasco Bartolomeo, Cindoce, Spio.

Dopo il giudicato, il processo non finisce mai, chiedono i miei studenti e gli ospiti della comunità, perché? Ma non è solo il processo, quello sociale, che non finisce mai. Anche l’identità è sempre un processo, nei due sensi del termine, che non finisce mai.

E le domande e gli enigmi si sono allora moltiplicati, partendo dallo studio di quei processi, di quelle storie che possono essere come tante, e che sono invece sempre una particolare, quella di Rocco Scotellaro, di Mimmo Lucano, di ogni intellettuale turco processato. Dai tribunali sono uscite queste domande filosofiche radicali, e i tre processi sono diventati il processo alla parola, alla scrittura, al linguaggio, alla religione, e ancora il processo al processo, alla cultura, alla scuola, al carcere, alla nazione. Troppi processi e troppo complicati: alla fine, il processo possibile è diventato uno solo, all’identità. Forse alla morte, dico io –loro sono troppo giovani per pensarlo- quando la recita dell’identità di quei personaggi sempre in cerca di autore finisce, sempre inaspettata: “la pena è finita, la recita è terminata”. Così coglie il giudice l’intenzione autentica del tentativo di appendersi di Salvatore, ponendo un macigno pesante su tutta l’amministrazione della giustizia, ma avrebbe potuto dirlo Francesca Armento ved. Scotellaro, scagliando il macigno su tutti noi.

E così gli è che abbiamo deciso di rivolgere gli enigmi non già subito ai giuristi e agli intellettuali, ma prima al Poeta, chiedendogli di scavare alle radici del linguaggio, della cultura, del mito, ove noi non possiamo giungere.

Forse convinti, come credeva Vico, che all’origine della giurisprudenza e della giustizia vi sia la poesia civilizzatrice e forse un poco pregando, chiosando Turoldo, che “Almeno un poeta, per ogni tribunale o monastero, ci sia. Per cantare le follie dell’uomo o di Dio”.

Perché oggi “La nostra Patria è dove l’erba trema”, e oggi più che mai le identità tremano e fanno tremare, sono terremoto e tsunami. E perché oggi Rocco avrebbe scritto, e scritto, e scritto, e scritto, di questo siamo sicuri, e me lo immagino ancora là che scrive, con sua madre che lo rimprovera e allora proviamo anche noi, tutti insieme, a scrivere qualcosa, qui. Perché come lamenta Francesca Armento vedova Scotellaro

“Ecco la morte col suo falcione
che tira da lontano e da vicino:
come ha troncato il povero Rocchino!
Ha detto a tutti – Addio, mia madre
Fratello, sorelle, amici, parenti
Vado a godere il Cielo eternamente –
Sono la madre afflitta sconsolata,
il mio figlio la morte me l’ha troncato,
ho perduto tutte le mie grandezze.
Il mio tesoro era lui, la mia ricchezza”

 

Paolo Heritier e i suoi studenti
Arrivederci a Materre

 


Aenigmata
L’identità dell’identità.

Linguaggio e parola

Chi sei tu che parli? Chi sono io che rispondo?

Perché parlo? Perché rispondi?

Parlandoti di me, diventerò? Parlandomi di te, diventerai?

Chi dici che io sia? E perché te lo chiedo?

Fino a che punto l’identità è una reazione alle attribuzioni altrui? E quanto, invece, è una manifestazione spontanea e voluta?

Quanto il linguaggio delimita l’identità quando la si deve dire?

 

Religione, cultura e processo

Perché devo annullare la mia identità, colore della pelle, cultura, religione, per la tua sicurezza identitaria? Un altro soggetto entra nel mio luogo violando la mia sicurezza spirituale cercando di mescolarla e confonderla. Io chiedo al poeta come si può credere in un’identità e accettare che un’altra persona la possa distruggere pretendendo il riconoscimento della propria.

Ci sono due processi: quello penale, nelle aule e quello sociale, dappertutto. Perché quello sociale non finisce mai?

Perché il processo che mi fate crea un’identità in cui non mi riconosco e di cui non riesco a liberarmi?

 

Nazione, luogo, controllo e identità

Posso essere qualcun altro, nello stesso luogo?

Abbandonare il luogo da cui provengo significa lasciare una parte di me stesso?

Le relazioni con le persone che sono intorno a me sono più importanti del luogo in cui mi trovo, per la mia identità?

I confini del mio paese mi forzano a essere in un certo modo?

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Professore ordinario di filosofia del diritto dell’Università del Piemonte Orientale e
insegna oltre a alla Filosofia del diritto i corsi di European Law and Humanities, Clinica Legale della
Disabilità a Torino e Nice. I suoi interessi di ricerca sono l’estetica giuridica, le law and humanities,
le neuroscienze affettive, la teologia e la disabilità, nel loro rapporto col diritto. Presidente del
CIRCe, è codirettore della rivista Teoria della regolazione sociale e delle collane, e delle collane
Tôb. Antropologia ed estetica giuridica (Giappichelli, con Pierangelo Sequeri) e Antropologia della
libertà (Mimesis, con Sergio Ubbiali). Ha pubblicato tra l’altro Estetica Giuridica (2 voll.,
Giappichelli 2012) e La dignità disabile. Antropologia del dono e dello scambio (Dehoniane, 2014)

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