L’identità e la tutela del particolare

Si legge in molti testi cristiani a proposito del Dio unico, che è lo stesso per tutti.

Posta una verità – la propria – la si crede unica. Non soltanto la si crede, si pretende talvolta di imporla universalmente. Si può leggere per esempio nel Corano la frase seguente, rivolta presumibilmente ai Cristiani:

«Di’: “O gente della Scrittura, addivenite ad una dichiarazione comune tra noi e voi: [e cioè] che non adoreremo altri che Allah, senza nulla associarGli, e che non prenderemo alcuni di noi come signori all’infuori di Allah”. (Corano 3, 64-65; Il Corano; testo consultato il 13/12/2018 http://www.corano.it/corano_testo/3.htm).

Per uscire da questi dilemmi, che hanno creato tanta sofferenza, occorre un sistema per gestire l’identità. «Proprio» e «identico» si dicono con la stessa parola greca «idios». Da quella parola viene anche l’italiano «idiota». Ma se si risale al greco, il termine «idiotes» è la proprietà, ciò che è proprio. Ognuno tiene molto alla propria identità. E fa bene. Purché non si fermi lì.

L’identità è una specie di diritto garantito a ogni persona, indipendentemente da ogni altra caratteristica tale persona abbia. Come si parla di diritti umani inalienabili (che permangono a onta di ogni circostanza), così si dovrebbe parlare anche di identità che ognuno può portare in pubblico e in privato con manifesto orgoglio e compiacenza. Naturalmente come in tutte le cose anche qui c’è un limite. Come tutti i diritti sono sacrosanti in sé, ma soggetti a limiti nella pratica, così anche per l’identità. Ognuno può portare la propria identità con orgoglio. A volte però occorre domandarsi se non si debba accettare qualche limite; limite dovuto, come dice Kant, non in omaggio al privilegio di altri, ma perché la cosa di per sé è ragionevole, e lo è per tutti.

Esiste dunque qualche cosa di universale, accanto a qualche cosa di particolare? Pensiamo di sì. La funzione dell’universale è quella di garantire prima di tutto la particolarità senza includerla in una unità preventiva. L’universalità non è qualche cosa che sta sopra tutti, ma qualche cosa che sta in tutti.  

 

L’identità e la tutela dell’universale

L’identità è una forza che tiene uniti; è una difesa, a volte necessaria, della individualità di ciascuno.

Tutti hanno diritto alle proprie caratteristiche. Nello stesso tempo esistono criteri validi per tutti, conoscenze che si chiamano scientifiche e che sono universali. In questo ambito occorre legittimare le particolarità, senza negare del tutto l’universalità. La legge di gravità se esiste è uguale per tutti. La medicina scientifica è universale. Si possono rispettare coloro che si nutrono in maniera particolare, o che vivono secondo le loro credenze, o che si medicano seguendo usanze loro proprie. Ma l’umanità ha anche presto scoperto l’universalità della conoscenza e del comportamento. Se nessuno deve perdere il proprio diritto all’identità o negoziare per poterne conservare una parte, tutti devono nello stesso tempo essere favorevoli a un passo ulteriore in direzione di una società universale. Questa è la società umana, che è una sola. In questa società così come si tutela il particolare si deve anche tutelare l’universale. Anche questa universalità fa parte della mia identità. Se spesso le identità particolari sono trasmesse secondo regole che si tramandano dalle persone più anziane a quelle più giovani, è invece lo studio e la cultura il fatto che può aprire la mente a aspetti dove tutti possono riconoscersi: riconoscere sé e nello stesso tempo imparare a riconoscere gli altri. L’universalità consiste in questo doppio riconoscimento.

In conclusione, l’incontro tra varie culture è auspicabile non solo per far conoscere le particolarità di ognuno, ma anche in vista di un mondo comune, che sappia conservare il particolare, e che nello stesso tempo possa far crescere la consapevolezza che l’unità non sarà data dalla uniformità, ma dalla presenza in tutti della stessa verità dell’uomo.

Ciò pone davanti a noi la domanda chiave del rapporto tra la Verità stessa e i criteri che sono necessari per individuarla e conservarla. Ne diamo soltanto un breve accenno, ritornando al punto dal quale siamo partiti.

Qual è il criterio della Verità se non la Verità stessa? Tale è la definizione ben nota dell’identità. Ma come si regola il nostro rapporto con l’identità? Con la cieca obbedienza o con la mente aperta? Come si potrà introdurre un criterio se non dentro la verità stessa e la sua identità con sé stessa? Questo è un compito difficile per i giuristi, i filosofi, i religiosi. Che cosa ci insegna la Verità stessa? Sicuramente questo: che l’uomo non ne resta fuori, ma deve imparare a gestire le differenze con una dimensione diversa dall’uniformità e diversa anche dalla semplice individualità.

 

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(1934) è docente emerito di Teologia sistematica della Facoltà Valdese di Teologia di Roma. Fa parte della Direzione della rivista «Filosofia e Teologia» (Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli) e dell’Associazione Teologica Italiana.
Tra le pubblicazioni: Le tesi de homine di Lutero, Torino, Claudiana, 2018, Etica protestante. Un percorso, Cittadella Editrice, Assisi 2008, I predestinati. Religioni e religione nel protestantesimo, Claudiana, Torino 2006, Karl Barth, Morcelliana, Brescia 2003.

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