Nel suo contributo a MaTerre per la ricerca dell’identità del cinema, Adriano Aprà fa un’analisi lucida e lungimirante della situazione attuale dell’industria cinematografica italiana e di quali sono risvolti positivi della nuova era del cinema.

 


L’identità del cinema italiano contemporaneo

 

Bisognerebbe dire: miseria del cinema italiano contemporaneo. In realtà dico: rinascita del cinema italiano contemporaneo.

Il problema è che negli ultimi anni si è prodotta una forbice inquietante, ma per altri versi salutare, fra ciò che è prodotto ufficialmente e ciò che è prodotto indipendentemente.

Sono stato giurato del premio David di Donatello per il 2018, un premio appunto ufficiale, a cui possono iscriversi solo i film usciti in sale commerciali. Ho potuto vedere tra film di finzione e documentari (una distinzione che per me ormai non ha più senso) qualcosa come 130 film di lungo e (meno) di mediometraggio (che sono solo una parte di quelli prodotti, più o meno la metà). Che cosa ne ho ricavato? Una decina di titoli meritevoli.

Certo, il mio gusto personale (ma a che altro fare riferimento?) mi ha lasciato indifferente rispetto ai titoli sicuramente più gettonati. Ma da sempre sono così: controcorrente, o “fuorinorma”.

Il miglior cinema italiano viene oggi realizzato – grazie anche all’abbattimento dei costi del digitale – fuori dalla produzione ufficiale, o con suoi finanziamenti minimi. Il problema è che questa rinascita avviene “sotto traccia”, e noi dell’Associazione culturale Fuorinorma vogliamo farla emergere un po’ di più col nostro “volontariato culturale”. Non è un caso, naturalmente, se la massima parte di questi film è stilisticamente fuorinorma: non corrisponde cioè alla aspettative, conservatrici, di produttori, distributori ed esercenti.

Il cinema, dopo avere attraversato periodi di sperimentazione all’interno di una industria che poteva permettersi, godendo buona salute, di produrre “anticorpi” (il neorealismo, la nouvelle vague degli anni Sessanta), oggi ansima. La sala tradizionale non è più il luogo privilegiato, anzi unico, dove vedere film. Sorgono in tutta Italia punti di proiezione indipendenti, salette dove ci si rivolge a degli spettatori, non a un pubblico indifferenziato. I film si vedono in dvd, sul web, perfino sul cellulare. Dobbiamo rimpiangere i bei tempi dello schermo grande? No, perché il cinema e il video sono oggi davvero fatti da chiunque abbia talento con la caméra-stylo prefigurata nel 1948 da Alexandre Astruc e oggi, passata attraverso il 16mm-Nagra e il video analogico, pienamente realizzata.

Questo ha permesso una innovazione radicale dei mezzi espressivi, la creazione di un nuovo linguaggio, più inventivo, più soggettivo, più intimo. Il cinema – che è stato solo spettacolo di massa (con molte eccezioni però nel corso della sua storia) – è oggi (anche) un self medium. In questo senso la crisi economica, che ha investito anche il cinema, è stata salutare: ha liberato forze creative che altrimenti sarebbero state represse sotto il peso della macchina industriale.

Noi di Fuorinorma abbiamo selezionato dell’ultimo decennio un centinaio di film di lungo e di mediometraggio e una trentina di cortometraggi di autori italiani che attestato questo rinnovamento. E solo un titolo per autore, ché altrimenti il panorama si amplierebbe ancora. Con circa 240 proiezioni in sale indipendenti romane, e anche qualcuna all’estero e ben presto fuori Roma. Una tendenza, certamente. Una scuola, forse. Un movimento, non ancora. Cerchiamo però di fare sì che tutti questi autori, che agiscono per lo più in solitudine, si conoscano fra loro, si rendano conto che i loro problemi, le loro preoccupazioni, le loro ricerche sono quelli di molti altri “fratelli” e “sorelle” sparsi per tutto il paese.

Oltretutto – e non è uno dei meriti minori – questo nuovo cinema è intriso di valori positivi, lontano dalla visione catastrofica del mondo che caratterizza molti dei film che hanno “successo”. E si concentra su quello che una volta si chiamava documentario e che io preferisco chiamare nonfiction, anche se questo termine negativo e anglofono non mi piace del tutto. Ma come altrimenti definire una cinema che si fa saggistico, autobiografico, poetico, insomma antiromanzesco?

Chi oggi vuole fare cinema deve sapere che i luccichii dei tappeti rossi sono una chimera illusoria che non corrisponde più alla realtà di quest’arte, che l’ambizione non deve essere quella di “fare un film” ma quella di esprimersi attraverso immagini e suoni in movimento. Non gridando ma con voce pacata, dialogica, fraterna.

 


Adriano Aprà a Matera!!

Adriano Aprà sarà a Matera per MaTerre venerdì 26 aprile, presso “Le Monacelle,  con una lectio magistralis dal titolo ” Quale identità per il cinema contemporaneo. Prenota adesso questo evento!

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Critico e studioso di cinema, nato a Roma il 18 novembre 1940. La sua attività ha rappresentato un costante punto di riferimento nella critica italiana per la scoperta di nuovi autori e di nuove tendenze del cinema contemporaneo.

Laureatosi in giurisprudenza, si è inizialmente interessato alla critica letteraria e, da giovanissimo, ha iniziato ad appassionarsi al cinema, scoprendo Alfred Hitchcock e Roberto Rossellini e contemporaneamente seguendo il dibattito teorico sulle maggiori riviste cinematografiche. Nel 1960 ha iniziato a scrivere sulla rivista mensile “Filmcritica” (di cui sarà redattore dal gennaio 1964 al febbraio 1966), nel 1966 ha fondato e diretto, fino al 1970, il trimestrale “Cinema & film”.

Dal 1971 al 1973 ha curato per l’editore Garzanti quattro volumi della collana “Laboratorio” diretta da Pier Paolo Pasolini. È stato critico cinematografico in giornali e riviste come “Avanti!” e “Reset”. Attore in Othon (1969) di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet, ha anche diretto documentari di montaggio e lungometraggi di finzione. È stato il direttore della Mostra internazionale del nuovo cinema di Pesaro dal 1990 al 1998, anno in cui ha iniziato a dirigere la Cineteca nazionale di Roma.

Se la sua attività di critico gli ha permesso di sviluppare una continua ricerca sulle teorie del cinema, sulle novità nelle tendenze e nelle tecnologie dell’immagine video e digitale, il suo impegno nell’organizzazione di festival e di rassegne lo ha rivelato promotore di una concezione della critica cinematografica come scoperta, approfondimento e proposta. Negli anni della direzione della Mostra di Pesaro, A. ha costruito un percorso coerente, attento alle cinematografie meno conosciute (sin dalla retrospettiva del 1990 sul cinema iraniano), e al contempo interessato ad autori (João César Monteiro, Robert Kramer, Chris Marker, J.-M. Straub e D. Huillet tra gli altri) capaci di proporre un cinema al di là dei codici prestabiliti.

Dagli anni Novanta il suo interesse si è indirizzato verso il cinema della ‘non fiction’, che rifiuta la facile divisione tra film di finzione e documentario, a favore di una costante contaminazione di codici.

[fonte www.treccani.it]

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