Identità collettive.

1. Le identità collettive si esprimono alla prima persona del plurale.

Ma il Noi non è solo la moltiplicazione, la diffusione della singolarità concentrata dell’IO. Mentre si afferma, riflessivamente ,come collettività e comunità, il Noi si definisce sempre, transitivamente, rispetto a un Voi e a un Loro.

Un esempio: proviamo a coniugare il verbo /credere/: “Noi crediamo” è affermativo di una certezza, “Voi credete” avanza dei dubbi, “Loro credono” sostiene che quelli si sbagliano proprio.
L’autorappresentazione passa inevitabilmente attraverso l’immagine di Noi quale ci viene rinviata dagli altri. Quindi per immedesimarsi, per riconoscersi come Noi stessi, non basta proclamarsi unici o multipli per tradizione o trascorsi storici, bisogna sempre confrontarsi con l’Outsider: il Voi dell’Altro e dell’Estraneo e il Loro dello Straniero e dell’Alieno..
Secondo quell’originale sociologo di Norbert Elias i pronomi non sono solo “pidocchi del pensiero” – come scriveva C. E. Gadda – ma “figurazioni sociali” che implicano regimi molto differenti d’identificazione, ciascuno con il proprio valore cognitivo ed emotivo.
Il Voi, come il Noi, è personale e reversibile nel punto di vista e di parola, Il Loro invece è impersonale. Di conseguenza ogni pronome personale comporta la topica dei propri luoghi. Al Qui del Noi corrispondono il Lì del Voi – il prossimo che ci riguarda e il Laggiù del Loro – il distante di cui ci vogliamo irresponsabili. Tra il Noi e il Voi la reversibilità intersoggettiva consente l’investimento di valore, quindi l’amore e l’odio, l’altruismo e l’egoismo, mentre l’impersonalità del rapporto ai Loro assicura l’indifferenza.

2. Questa identità transitiva, che è una narrazione di azioni e passioni, può bloccarsi e disarticolarsi davanti al pathos dell’alterazione e dell’alienazione.

Con i luoghi di memoria, i discorsi politici ufficiali e certi libri di storia, il Noi diventa privativo, inventa tradizioni, si radica nell’autoctonia – termine greco (Euripide!) per cui gli uomini nascerebbero dalla “loro” propria terra. Perciò il nazionalista, attivo semiologo, ha moltiplicato ogni genere di segni identitari: dizionari e immaginari – prontuari di immagini – mappe e bandiere, stemmi ed uniformi, miti e cerimonie, inni e monumenti. Per opporglisi non basta qualificarlo come l’anello mancante tra l’uomo e la scimmia, come facevano gli ebrei Hassidim. Israele docet! O dileggiare il sovranista come “cantante di opera buffa”. Il Mediterraneo ha cimiteri profondi!
Contro questo Noi privativo che ricusa o ignora il dialogo con l’Alloctono -come lo chiamano gli olandesi – non bastano i buoni sentimenti, di cui sono notoriamente lastricate le vie dell’inferno. Non basta dirsi patriota, che è “per”, mentre il sovranista è “contro”. Né limitarsi a moltiplicare i punti esclamativi dopo i richiami inoperanti e magnanimi ai diritti dell’uomo, alla fraternità, all’eguaglianza. A rischio tra l’altro di scambiare lo Stesso con il Medesimo, cioè l’Universale dei valori etici e politici con l’Uniforme mondializzato dei consumi economici e culturali.

Le culture, asserisce la teoria, sarebbero creazioni, ri-creazioni e negoziazioni ininterrotte sugli immaginari confini tra Noi e gli Altri. D‘accordo, ma che fare? Per non restare Tra noi, ma Fra noi e gli altri, l’identità transitiva richiede di Tradurre il Noi nel Voi vicino e nel Loro lontano, in tutte le lingue e in tutti i sistemi di segni. (Per Eco, l’autore di “Dire (quasi) la stessa cosa”, la lingua dell’Europa non è l’inglese ma la traduzione!). Tenendo ben presente che le buone traduzioni non sono quelle “fedeli”, ma quelle che arricchiscono le lingue e le culture, di partenza e di arrivo, di “fonte” e “di destinazione”. Come dicono i sociolinguisti: costruire “cornici di partecipazione” e moltiplicare gli “aggiustamenti collaborativi situati” per ottenere ibridazioni e creolizzazioni. Bisogna quindi moltiplicare i mediatori culturali, i passatori linguistici, i diplomatici attenti ai reciproci significati, tutti quanti favoriscono la duplicità, in tutti i sensi del termine. Non senza calcolare le incognite della doppiezza che possono diventare delle risorse nei momenti di cambiamento e di trasformazione: rinnegati, reduci, infiltrati, agenti doppi, traditori e impostori.

Insomma, va Debraiata l’identità privativa dei pretesi autoctoni in ogni momento transizionale e liminale. E va colta ogni opportunità; come quella che impersona Matera, Città Europea della Cultura.

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Paolo Fabbri, semiologo,
dirige il Centro internazionale di Scienze Semitiche “U. Eco”. Università di Urbino.
Docente di Semiotica dell’Arte e Scuola Superiore di Giornalismo, presso la Libera Università Internazionale di Scienze Sociali ( LUISS), Roma
È stato presidente del DAMS, Bologna e direttore dell’Istituto italiano di Cultura, Parigi.
Pubblicazioni recenti, L’efficacia Semiotica, Mimesis edizioni, Milano, 2017

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