Identità è una delle parole più usate e abusate del nostro tempo. Tutti la reclamano, tutti la invocano, tutti ne pretendono il rispetto ma appena si prova a definirla, sfugge di mano come un’anguilla.

Si può parlare di identità in riferimento a due tipologie di soggetti: individuali (singole persone in carne e ossa) e collettivi (gruppi). Sebbene i due livelli non di rado si intersechino, val la pena tenerli analiticamente separati perché questo ci consente di individuare due paradigmi profondamente diversi. Il primo – che chiameremo il paradigma dell’autonomia – ha come punto di partenza l’individuo: è la singola persona che, in autonomia appunto, “sceglie” fra le diverse opzioni disponibili, componendo il proprio personale, unico e irripetibile patchwork. Il paradigma dell’autonomia non nega ovviamente che ciascuno di noi è un essere finito e “situato”, ossia collocato in un preciso contesto storico, geografico, culturale, sociale, familiare, ma sposta il centro dell’attenzione: sono gli individui a essere portatori di identità, non le identità a determinare gli individui.

 

Identità e appartenenza

Ciascuno di noi è infatti attraversato da molteplici identità, da molteplici appartenenze e ridurlo a una sola tessera di quel mosaico significa violare la dignità di quell’individuo come persona, con una propria unica e irripetibile identità. Ci sono tante identità quanti sono gli individui. Anzi di più: le stesse identità individuali sono spesso anche contraddittorie, confuse, sovrapposte, ciascuno di noi si “identifica” solo parzialmente e dialetticamente con varie “comunità” di appartenenza, o meglio di “provenienza”, ciascuna delle quali dice qualcosa di noi naturalmente, ma non tutto, non ci de-finisce, non ci con-clude, non ci determina. Le diverse “appartenenze” o meglio “provenienze” non esauriscono l’identità di ciascuno ed esiste un margine di autonomia – più o meno grande – che fa capo a ciascuno individuo e che consente di compiere scelte etiche e politiche anche in dissenso rispetto al “dato” di appartenenza.

 

Eteronomia

Il paradigma opposto – quello dell’eteronomia – definisce invece una volta per tutte in maniera chiusa le caratteristiche di una data identità collettiva e pretende che solo chi le soddisfa tutte possa definirsi a pieno titolo membro del gruppo, trasformando automaticamente in eretici tutti coloro che se ne allontanano. Alla base di questo paradigma c’è un’idea essenzialista delle culture, secondo la quale queste ultime sono dei monoliti immutabili, uniformi, identificabili, trascurando invece il fatto che le culture – per loro stessa intima essenza – sono in-definibili. La “natura” della cultura è proprio quella di non essere un oggetto dato, e di essere messa costantemente in discussione non tanto dall’esterno ma dal suo interno, ossia da chi di quella cultura è anche in parte portatore.

 

Il pericolo dell’ “autenticità”

Questo secondo paradigma si porta appresso il pericolosissimo concetto di “autenticità”, in base al
quale si pretende di distribuire etichette a seconda della maggiore o minore adesione di ciascun soggetto individuale a un presunto “modello” ideale, autentico appunto, di una determinata identità collettiva. Un approccio riduzionistico e deterministico, profondamente contrario a una visione progressista che vede l’essere umano come soggetto, come attore del proprio destino e non come mero oggetto di una storia già scritta.

 

Alexander Langer

In nome della battaglia contro la logica comunitaria e identitaria l’attivista politico sudtirolese Alexander Langer, si rifiutò di dichiarare la propria appartenenza etnica in due censimenti (rifiuto che gli impedì peraltro di candidarsi a sindaco di Bolzano). Nel Sud Tirolo degli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso la conflittualità che divideva la comunità di lingua italiana da quella di lingua tedesca ha raggiunto livelli estremamente violenti. Nel suo Tentativo di decalogo per la convivenza interetnica Langer scrive che per affrontare quella conflittualità bisogna “che in ogni comunità etnica si valorizzino le persone e le forze capaci di autocritica verso la propria comunità: veri e propri ‘traditori della compattezza etnica’”, e di quella culturale aggiungerei.

Se nel 1968 Franca Viola non avesse messo in discussione la cultura patriarcale nella quale era nata, se non avesse in un qualche senso “tradito” la compattezza culturale del contesto in cui viveva – e che rappresentava anche una tessera del mosaico della sua stessa identità – noi avremmo ancora nel nostro ordinamento giuridico il matrimonio riparatore. È infatti proprio la messa in discussione di alcuni aspetti della propria cultura di appartenenza, della propria “identità” a consentire il progresso in termini di diritti, mentre un atteggiamento “ossequioso” nei confronti delle culture tradizionali, che le tratti come oggetti da museo da tutelare invece che come prodotti sociali con cui confrontarsi dialetticamente, non fa che mantenere lo status quo.

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Filosofa, giornalista, redattrice di MicroMega e collaboratrice del portale di informazione europeo NewsMavens. Si occupa principalmente di diritti umani, laicità e femminismo. È autrice di: Non c’è fede che tenga. Manifesto laico contro il multiculturalismo (Feltrinelli, 2018) e La Terra è rotonda. Kant, Kelsen e la prospettiva cosmopolitica (Mimesis, 2015). Il suo blog è Animabella.

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