Identità è identificazione? Mille sfumature di una domanda da sempre al centro della filosofia: “Chi sono?”. E se il tutto si riduce a un’etichetta possiamo proviare a immaginare le conseguenze sulla vita quotidiana della persone? Ecco la riflessione sull’identità per MaTerre di Flavia Monceri, Professore ordinario di Filosofia politica all’Università del Molise.

 


Comunque si ponga la questione, l’identità è un problema. Persino per coloro che la difendono strenuamente ritenendo che non si possa proprio farne a meno, salvo poi dover operare infiniti distinguo che ne specifichino meglio una definizione che, a quanto pare, risulta anche per loro molto difficile da fornire in modo esaustivo. Dunque l’identità viene declinata variamente attraverso le sue aggettivazioni – identità personale, identità nazionale, identità sessuale, identità di genere, identità religiosa, identità culturale, identità politica, e chi più ne ha più ne metta –, argomentando che ognuna di queste aggettivazioni basterebbe a rendere ragione della sua “processualità” e “fluidità”, in quanto esse indicano, marcano, diversi suoi aspetti, pur rimanendo l’identità una e unica. Ma se così stanno le cose, perché attaccarsi a un concetto che non indica nulla se non seguito da una qualche specificazione? Personalmente, da tempo sostengo che il concetto di identità può soltanto avere un valore di generalizzazione costruita a vantaggio di altri che interroghiamo e c’interrogano – ha il solo valore di una identificazione e nulla più. Anzi, proprio perché l’identità di ciascuno di noi è un fenomeno complesso ed emergente che contiene infinite specificazioni che assumono valore solo e soltanto per ognuno di noi, non c’è modo di definirla a qualcun altro senza ricorrere a identificazioni costruite per declinare ad altri le proprie “generalità”, ma sempre nella consapevolezza che nessuna delle definizioni fornite a richiesta esaurisce la nostra individuale identità, sempre irriducibile a quella di qualsiasi altro – e soprattutto non definibile “a parole”. Peraltro, la domanda sull’identità assume senso soltanto nei contesti che, come è ancora per la maggior parte il “nostro”, danno un valore fondamentale proprio alla “parola”, nell’illusoria convinzione che si possa “dire” quello che si “è”, naturalmente evitando accuratamente di fare i conti con ciò che si “diviene” in ogni singolo istante. Ci sono però altri, altrove, che hanno fin da sempre sostenuto che le definizioni identitarie, la risposta alla domanda “Chi sei?” – che nel nostro contesto occidentale si è finanche tramutata nella domanda “Chi sono?” rivolta a se stesso per stabilire univocamente il proprio posizionamento (ma anche qui a vantaggio di altri )– non possono che essere fallaci e illusorie, esternando qualcosa che forse anche siamo, ma che mai ricomprende l’intero sé e non è dunque capace di “comunicarlo” ad altri.
Porto solo un esempio: si potrebbe rispondere a quella domanda (“Chi sei?”) semplicemente dicendo “Io”. Infatti, quale definizione riassuntiva dell’identità potrebbe essere più calzante del primo pronome personale? E’ ovvio che “io sono io” e nessun altro. Ma subito sorge un problema, perché il primo pronome personale lo può usare chiunque altro, per modo che alla mia contro-domanda formulata negli stessi termini (“Chi sei?”) riceverei la stessa risposta (“Io”). Ora, quale contenuto informativo hanno queste due risposte, se non quello di segnalare che la dichiarazione identitaria “Io sono io” non dice proprio nulla, nonostante essa dovrebbe trasferire proprio l’essenza di me all’altro e dell’altro a me? L’unico modo in cui la cosa può funzionare consiste nel sostenere che quando dico “io” e un altro fa lo stesso, ciò cui ci riferiamo è contemporaneamente la nostra diversità (che però rimane inespressa) e la nostra similarità (segnalata dalla possibilità dell’utilizzo della stessa parola). Dunque l’identità come identificazione serve in definitiva a codificare se stessi in modo tale da sottolineare più le similitudini che le differenze: in questo caso, siamo tutti esseri umani legittimati (perciò) a dire “io”, nonostante le differenze. Scusate, ma non sono proprio le differenze a rendere questo “io” che “io sono”, diverso da qualsiasi altro “io” che pure dice “io”? La mia identità sta proprio in quelle differenze che non potrò mai comunicare a nessun altro, semplicemente perché non appena le comunico diventano qualcosa che deve presumersi condiviso o almeno condivisibile con qualcun altro.
Mi si dirà: giochi da filosofi, che nulla hanno a che fare con la vita concreta d’individui altrettanto concreti. Forse. Ma se consideriamo il ruolo che le dichiarazioni identitarie hanno per un insieme di individui che coabitano nello stesso spaziotempo, le cose cambiano. Provate a immaginare di sostituire la risposta “Io” con una delle seguenti: “una bianca”, “una nera”, “una lesbica”, “una disabile”, “una tossicodipendente”, “una carcerata”, eccetera e tutto diventerà più chiaro. Le dichiarazioni d’identità, le identificazioni, hanno eccome effetti sulla vita concreta d’individui altrettanto concreti, perché danno vita a un gruppo del “noi” (i cui membri (attenzione, sempre presumibilmente) condividono la stessa dichiarazione identitaria) e un gruppo del “loro” (i cui membri non la condividono), con conseguenze ch’è superfluo enumerare. E’ allora così strano che questo individuo, anche nel suo ruolo di filosofo politico, tema e cerchi di andare oltre il concetto d’identità?

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Flavia Monceri è Professore ordinario di Filosofia politica all'Università del Molise, dove insegna anche Studi di genere e Multiculturalismo e comunicazione interculturale. Dirige le collane "Difforme" e "Sakura. Filosofie e società nei prodotti culturali" (Edizioni ETS, Pisa). Fra i suoi lavori: Altre globalizzazioni. Universalismo liberal e valori asiatici (Rubbettino, 2002); Interculturalità e comunicazione. Una prospettiva filosofica (Edizioni Lavoro, 2006); Ordini costruiti. Multiculturalismo, complessità, istituzioni (Rubbettino, 2008); Oltre l'identità sessuale.Teorie queer e corpi transgender (Edizioni ETS, 2010); Anarchici. Matrix, Cloud Atlas (Edizioni ETS, 2014); Connessioni fatali. La storia dei tre Adolf di Tezuka Osamu (Edizioni ETS, 2016); Etica e disabilità (Morcelliana, 2017); La filosofia sociale austriaca 1871-1936 (Rubbettino, 2017).

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