L’identità non può essere fatta di solo passato. L’identità è presente e futuro. Un’identità viva e creativa si contamina e rinasce e si mette in discussione ogni giorno, altrimenti è museo. Ecco il contributo alla ricerca sull’identità per MaTerre di uno dei più grandi nomi italiani del Jazz nel mondo, Paolo Fresu.


Qualche tempo fa il mio flicorno ha accompagnato le immagini straordinarie della reggia nuragica di Barumini, unico sito sardo nella lista del Patrimonio dell’Umanità Unesco, durante la trasmissione “Meraviglie” di Alberto Angela.
La richiesta di partecipazione mi è arrivata dalla redazione romana e non sbaglio a pensare che sia avvenuta per la mia conoscenza personale con Piero con il quale ho avuto l’onore di collaborare (e di suonare) nella trasmissione “SuperQuark”.
Le sequenze mozzafiato girate dall’alto con il drone hanno reso il villaggio “su Nuraxi”, se lo si vuole, ancora più imponente raccontandone una storia unica e affascinante.
Per quella occasione ho composto due brani. Il primo, un tema disteso e lirico, era da suonare all’esterno della reggia tra i ruderi mentre il secondo era una improvvisazione utile a sottolineare il rigore architettonico di una delle sale, con un pozzo centrale, collocata in una delle torri principali della reggia.
Suoni che volutamente, seppure emozionanti e ancestrali, contrastavano e “contraltavano” con la storia e la maestosità del luogo e con il colore di un cielo nuvolo di novembre minaccioso di pioggia e che rendeva il tutto estremamente affascinante.
L’eco mediatica del passaggio televisivo è stata notevole. Era prevedibile, del resto. Per la bellezza delle immagini, per la profondità con la quale è stato affrontato il racconto e per la novità dei contributi degli ospiti che raccontavano la bellezza italiana dell’arte e del territorio offrendo un altro punto di vista.
Una visione contemporanea e forse azzardata che mostra il bisogno di rivedere il nostro grande patrimonio con un pensiero attuale e con l’apporto di nuovi linguaggi.
Che la musica sia quello più diretto e forse più adatto a rafforzare le immagini lo sappiamo, ma è la scelta del genere, in questo caso il jazz e l’improvvisazione, ad avere spiazzato alcuni.
Questi si aspettavano certamente un coro gutturale in costume tradizionale o un suonatore di Launeddas, lo strumento polifonico più antico del Mediterraneo. L’equazione nuragico-gutturale-pastorale sembra perfetta e dunque ci si chiede perché non si debba proseguire su questa linea negli anni.
Molti altri, devo dire i più, si sono mostrati favorevoli alla scelta coraggiosa di Alberto Angela che, se ne nel caso del reportage in Sardegna ha coinvolto il sottoscritto e Dori Ghezzi come amica dell’isola, in altri casi come a Ravenna ha coinvolto il motociclista Marco Melandri nel racconto del viaggio intorno al mausoleo di Galla Placidia e delle tombe di Teodorico e di Dante.
Ovviamente la cosa non è passata in sordina e tempo fa mi è capitata tra le mani la classica “lettera al direttore” pubblicata sulle pagine di un noto quotidiano sardo. Lettera scritta da un docente di musica che si firmava anche come coordinatore di una giuria di un concorso sui cori tradizionali sardi.
Il titolo recitava “Caro Angela, meglio i tenores del flicorno”. Oltre a decantare la bellezza della trasmissione incardinava il suo scritto sul fatto che il “flicorno pseudo-nuragico” non rappresentava la Sardegna (come invece il canto dei tenores e l’inno regionale con le parole di Francesco Ignazio Mannu) ma piuttosto la musica delle rive del Mississippi (chissà perché poi perché non si parlava di blues) e di New Orleans (anche in questo caso ci sono stati cento anni di storia del jazz che hanno portato Fresu a suonare a Barumini e il jazz a viaggiare nel mondo).
Dopo avere parlato di finanziamenti pubblici immeritati per le musiche d’oltre Oceano (le nostre) e di pseudo endorsement per candidati a segreterie politiche dell’isola (?) chiosava con un basta con il colonialismo dei dodici suoni (non erano 12 note?) da contrapporre alla rara bellezza (sulla quale sono totalmente d’accordo) delle voci sarde che affondano la loro tradizione in un tempo remoto e che sono gli eredi moderni delle successioni accordali peculiari dell’armonia sarda .
Lo scrivente auspicava infine che Alberto Angela rinsavisse applicando il rigore scientifico alla sua trasmissione. Se solo per la Sardegna o anche per gli altri siti dello stivale non siamo tenuti a saperlo.
Leggendo la lettera e sfogliando poi quella successiva di un altro lettore, in risposta alla prima e alquanto circostanziata sul bisogno del nuovo e sulla necessità di sperimentare attraverso i linguaggi contemporanei quali strumenti per raccontare il passato traghettandolo verso il futuro, ho sentito istintivamente il bisogno di rispondere.
L’avrei fatto tramite un post sul mio Facebook ma forse avrebbe portato solo a pensieri gridati e scomposti, come ormai avviene nella rete, allontanando la discussione dal focus che invece avrei voluto approfondire. Pertanto, ho preferito soprassedere abbandonando forse saggiamente la polemica.
A pensarci bene la discussione si era conclusa con la doppia missiva e i giornali hanno ancora, per fortuna, il pregio e la libertà di essere fuori dalle dinamiche perverse dei social che, nella maggiore parte dei casi, seminano solo odio e sono pane per i denti degli haters.
Nel primo attimo di incertezza, tra il pensare e il non scrivere, avevo appuntato due frasi che avrebbero dovuto riunire i pensieri intorno al tema del vecchio e del nuovo oltre che della geografia di un’isola. Sarebbero state per altro le uniche frasi del mio testo di risposta.

La bellezza della nostra isola è che è un’isola.
Il problema della nostra isola è alcuni pensano essere solo un’isola.

In queste si racchiude a mio avviso l’idea identitaria che in Sardegna è fortunatamente presente ma che, a volte, si traduce in una chiusura atavica e millenaria come quella dei nuraghi.
Se identità è il riconoscersi in un ricco database di valori, idiomi, usanze, pensieri, modalità, creatività e molto altro il termine si svuota di significato se si riferisce solo al passato.
Più ricca è la storia e più la scatola dell’identità si arricchisce di vissuto (nel centro della Sardegna viene chiamato su connottu, il conosciuto) coscienti del bisogno di metterlo ogni giorno in discussione e soprattutto in relazione con il nuovo.
Una civiltà cresce e si arricchisce con lo scambio e con la migrazione. Quella umana che si porta appresso i suoni, le lingue, le razze, i cibi, l’artigianato…
Essere isolani è pertanto una grande responsabilità. Perché richiede una apertura capace di offrire un senso alla perimetralità di un luogo chiuso in un mare che, per il suo essere isola, si può tracciare con un dito.
Non c’è peggiore forma di chiusura di quelli che vogliono imprigionare il passato in un museo o di quelli che vogliono necessariamente metterlo nel presente evocando gli spiriti del tempo.
Identità è semplicemente essere se stessi con ciò che si ha senza dimenticare il passato ma rieditandolo nel futuro con l’assunzione del nuovo.
Che questo sia la musica di New Orleans fatta da un berchiddese o la silhouette di un flicorno che si staglia nel cielo di Barumini poco importa.
Importa piuttosto che non ci si dimentichi di quello che siamo stati e che lo si porti appresso in un presente da condividere.
Altrimenti identità è una parola inutile o, peggio ancora, un’arma da usare per dichiarare i confini del pensiero.

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Paolo Fresu (Berchidda, 1961) è uno dei più grandi trombettisti del mondo. Ha suonato in ogni continente e con tutti i più importanti artisti jazz degli ultimi trent’anni. Ha registrato oltre trecentocinquanta dischi, creato l’etichetta discografica Tǔk Music e fondato il festival internazionale Time in Jazz di Berchidda, in Sardegna.

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