Come cambia l'”Io” e come è cambiato il ruolo dei poeti nel mondo digitale del 4.0. Dalle liriche all’Hip-hop, ecco la riflessione sull’identità della poesia per Gabriele Frasca.


Io funziona

Sarà da quando l’interfaccia è il foglio che ogni volta con rinnovati attrezzi il poeta, o la sua maschera di bisbigli in bianco e nero, sgrossa col suo presunto io il marmo dello spazio lirico: ma il marmo resta tale e il mondo a malapena affresca un suo riflesso sulle pareti diacce del monumento. Durissima vita dei votati a pagine di versi questo arredare mondi che non stanno, alla lettera, né in cielo né in terra, se mai utilizzando qualche scaglia del Sé come tocco di design con cui rendere l’ambiente più smaltato e refrattario un appartamentino funzionale e moderno. Non c’entra l’incontro con l’oggi, coi ritmi che gli sono propri o i lessici stampigliati come le date di scadenza sui prodotti, perché l’essersi contemporaneo non difetta mai a nessuno, ma quell’istituto stesso della lirica che molti vorrebbero argine friabile d’impetuose alluvioni di un Sé d’eccezione, nel grande sfogatoio universale dove tutti siamo stati lasciati dai morosi, abbiamo visto tristemente invecchiare i genitori, cambiare i nomi alle strade e se mai abbattere quel muretto dove da bambini ci schiantammo col monopattino.

Per tanti fortunatamente più smaliziati, al contrario, questo stesso incontro col sempre mutevole oggi, altro non farebbe emergere nella lirica se non il piccolo paesaggio in vitro tirato su coi più consolidati usi e costumi letterari. L’io è sempre un altro, nei poeti di maniera più che nello stesso Rimbaud. E il povero Ione, surriscaldato dal solito Socrate, lo aveva ammesso sin dal IV secolo precedente la nostra era, in piena rivoluzione del papiro: a far poesia si viene posseduti (katechetai), magari dal dio più potente di tutti, quello della convenzione. Sanguineti credo che a suo tempo battezzò la pratica “poetese”, ma non v’è chi ne scampi. Perché di “poetesi” ce n’è uno a generazione o schieramento, e la soffitta della nonna o il più rilucente dei supermercati sono meri fondali dai quali il solito Sé d’eccezione si ergerà dalla monotonia di un foglio a insufflarci, coi ritmi e i lessici propri alla tradizione di riferimento, quell’”io” che non è nostro, ma che non è neanche suo.

Lo spazio lirico, insomma, ed è acquisizione precoce anche nel più distratto e vessato liceale impreparato in letteratura ma pronto al rap, non vibra delle palpitazioni diaristiche dell’io empirico ma s’ingolfa in un sistema di precisi rimandi tipologico-culturali. Non è mai mare aperto, lo spazio lirico, men che meno quello del’hip hop: ma un porto di cui fa il periplo, fra tante barche ormeggiate nel corso del tempo, quella navicella senza chiglia che reca in poppa impresso il proprio nome, che alla fin fine è un nome senza senso, a meno di non confrontarlo con la carta d’identità stampigliata in copertina, a sua volta insignificante. Che sia l’asfissiante monolocale del petrarchista, in cui volare, anche superbamente, ma contro un’invetriata, o il granello che il simbolista redento nell’occasionalista estrae dal deserto per dargli se mai un nome e un senso all’altezza dei tempi, lo spazio lirico è sempre un mondo in gran parte precostituito, una scatola del Fai-da-Te piena di componenti e bulloni che non potrà, se v’è perizia, che condurre sempre alle stesse forme, finendo dunque col donare al bricoleur (poeta laureato o in costante debito formativo) quella possibilità che nessun altro essere umano contempla: quella di dire io senza che nessuno gli strappi via il pronome.

Ma lo spazio lirico, così come magari ancora lo intendiamo, da rifare in proprio al di qua o al di là della pagina, è un’immagine fissa attraversata da bisbigli, una figurina del poeta con dietro il suo fondale tipologico-culturale, non troppo dissimile dalle miniature che illustrano al più il nome di un remoto cantore (si pensi al somarello di Dietmar von Aist), insomma quell’“identità di scrittura”, da congiungere alla canso oramai solo da rimasticare, che rimanda a una collocazione, a un insieme di testi, a una pagina che qualcun altro scrisse, ordinò, rubricò (e quanto vivo questo ulteriore io persino negli sbaffi d’inchiostro!) per una già fredda storia letteraria che guardi in camera l’ancor più remoto lettore. Se mai, una volta acquisita consapevolezza del nuovo medium, fornendogli anche astutamente lo specchio di quella che Dante col suo riconosciuto tempismo definì la “cameretta dei suoi sospiri”. Cos’altro dovrebbe mai essere un libro di versi?

Pensateci! Persino l’io più individuante, che alla fin fine resta quello del diafano star system romantico, nella fase stessa più pervasiva della cultura tipografica, abbisogna di note, notizie e “fatterelli”, per ricongiungersi anche soltanto parzialmente negli occhi del lettore al vivente che se lo “dittò” dentro, e di cui altro non resta che il solito nome e cognome senza senso. E quando noi, ancor più remoti lettori, ripensiamo a questo io, rivediamo alla fin fine solo una teoria dispersiva di specchi tipografici e partiture manoscritte. E poi, se mai, riusciamo a percepire la complessità del movimento dell’intero meccanismo, che non è ovviamente l’io lirico intrappolato nel suo monumento tipologico-culturale ma uno spettacolare “io funziono”, grazie al quale in ogni oggetto letterario percepiamo la macchina che il vivente s’incistò nella carne per congegnare ripetibili le parole.

È questa che cerchiamo ancora nella poesia, come in ogni forma d’arte, per vivere al di là della nostra stessa vita. Io è un oltre.

 


Gabriele Frasca con Lello Voce a Matera!

Gabriele Frasca sarà con Lello Voce a Matera in uno spazio dedicato al dialogo e alla riflessione dal titolo “Poeti Loro Malgrado”.

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Gabriele Frasca (Napoli, 1957) è uno scrittore, saggista e traduttore italiano.
Ha lavorato presso la Facoltà di Lettere dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II” e attualmente insegna Letterature Comparate nell’Università degli Studi di Salerno, presso la facoltà di Scienze della Comunicazione. Ha collaborato con Radio RAI e tra il 1991 e il 1993 è stato regista, autore e conduttore di Diretta Audiobox su RadioUno. Nel 1984 ha pubblicato “Rame”, la sua prima silloge poetica, per la casa editrice Corpo 10 di Milano. Una nuova edizione di questo lavoro è uscita nel 1999 per l’editore Zona di Genova, mentre altre due raccolte di poesie – “Lime” e “Rive” – sono state pubblicate da Einaudi di Torino rispettivamente nel 1995 e nel 2001 [1]. Nel 2007 ha pubblicato “Prime” per Luca Sossella editore che ha vinto il Premio Napoli nel 2008. Ha scritto le “cinque tragedie seguite da due radiocomiche” raccolte nel volume “Tele”, edito nel 1998, e due opere di narrativa: “Il fermo volere”, pubblicato negli anni ottanta da Corpo 10 e più recentemente dalle Edizioni d’if di Napoli, col CD audio “Merrie Melodies” di Steven Brown e dello stesso Frasca, e “Santa Mira”, uscito per Cronopio. Ha tradotto Philip K. Dick per la casa editrice Fanucci di Roma e Beckett per Einaudi. Con Roberto Paci Dalò ha presentato “Rimi”, finalizzato alla realizzazione e all’esecuzione di una “letteratura da ascolto”. Il suo romanzo “Dai cancelli d’acciaio” (Luca Sossella Editore) è stato accolto dalla critica come una delle opere di narrativa più importanti degli ultimi anni e ha ottenuto il primo posto nella Classifica di qualità del Premio Pordenonelegge-Dedalus.

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