La storia di Salvatore: la corrispondenza trentennale tra un ergastolano ed il giudice che  lo ha condannato alla pena perpetua.

1.- La vicenda di Salvatore

La corrispondenza trentennale tra un ergastolano ed il giudice che  lo ha condannato alla pena perpetua – suggerisce varie riflessioni, la più immediata delle quali è la conferma di come ogni individuo (in questo caso l’autore di numerosi gravi crimini) racchiuda in sé la possibilità di essere anche profondamente altro dal connotato che il delitto gli assegna;  ma accanto ad essa fa intuire l’esistenza e la fecondità di un campo di azione diverso da quello nel quale il diritto ed i suoi protagonisti si muovono abitualmente, che potremmo chiamare il terreno del praeter legem, per distinguerlo dal dualismo canonico secondo il quale pensa l’operatore del diritto, avvezzo a vedere la realtà scandita dalla coppia secundum legem e contra legem.

Non solo.  La vicenda in oggetto si caratterizza anche per un’altra peculiarità.  I due protagonisti sono quanto di più diverso si possa immaginare, per estrazione sociale cultura età condotta di vita e ruolo istituzionale, e si muovono inevitabilmente nell’orbita dei rispettivi ruoli.  Ebbene, la storia ha potuto nascere proprio per il fatto che entrambi – consapevoli o meno – in certi snodi del processo sono usciti dal ruolo loro assegnato, hanno recitato un’altra parte, senza rinnegare la loro natura e (per il giudice) senza venir meno ai propri doveri:  semplicemente attingendo al mare del possibile per integrare la rigidità del dovuto.

 

2.- Qualche esempio. 

Il primo scostamento dalla ritualità consueta risiede nella struttura del cosiddetto maxi-processo, cioè del processo che assembla molti giudicabili, e che il rito vigente negli anni ’80 e oggi abrogato favoriva, specie nelle situazioni di reato associativo.

Nel processo ordinario il contatto tra il giudice e l’imputato è normalmente breve ed impersonale.  Il rapporto vis à vis dura il tempo dell’interrogatorio e lo stesso giudizio nel suo insieme occupa al massimo una giornata o poco di più.  Inoltre il contatto tra giudice e imputato è interamente procedimentale, cioè governato da regole rituali e spersonalizzanti.  Nel rito oggi vigente, poi, il giudice neppure conduce l’esame che è affidato alle parti;  e anche nel rito vigente all’epoca del processo in discorso, che pure affidava al giudice la conduzione dell’interrogatorio, questa era comunque una procedura orientata da obiettivi strettamente giuridici, volta come era  non ad introspezioni o scandagli dell’animo, ma essenzialmente ad accertare se l’imputato fosse l’autore di quanto attribuitogli, e se la condotta si adagiasse pienamente nella fattispecie-modello.

Le dimensioni abnormi di quel processo (242 imputati) imposero invece un tempo di celebrazione parimenti abnorme (circa venti mesi), e quindi un contatto giudici-imputati che non si limitò ad un tu per tu diretto, quale quello dell’interrogatorio o di eventuali confronti, ma si estese alla compresenza per centinaia di udienze, e quindi a quella prossimità fisica fatta anche di gesti e di parole improvvisati, di atteggiamenti non programmati e non rituali, e proprio per questo ancor più espressivi, in breve, a schegge di vita non ritualizzata.  

Questo induce a riflessioni ed auspici tanto ovvi quanto irrealizzabili, e cioè a pensare quanta maggior ricchezza potrebbe avere un processo nel quale la relazione fosse meno formalizzata, più estesa e più autentica:  ma la quantità degli affari da trattare è sempre immensa e comprime, contro ogni buona volontà, i tempi della trattazione e la possibile emersione di un’umanità compressa e muta.

 

3.- La seconda costruzione dei ruoli è offerta dalla qualità di quello specifico processo.

Negli anni ’80 le tecniche e le risorse dell’indagine erano molto più povere di quelle odierne.  La prova scientifica era agli albori, di DNA si parlava appena, le indagini patrimoniali – avviate e sollecitate da Giovanni Falcone – erano agli albori, di rilevazioni satellitari e di altre tecnologie sofisticate neppure l’ombra.

La prova, soprattutto in delitti di tipo associativo come nel caso in esame, era in larga prevalenza costituita da quella che nel gergo legale è chiamata prova dichiarativa:  qualche individuo, che aveva fatto parte dell’associazione di tipo mafioso, se ne distaccava per motivi diversi e offriva le conoscenze di cui disponeva.  I non facili riscontri oggettivi alle dichiarazioni, e la pluralità di racconti convergenti rappresentavano i puntelli dell’accusa, accanto a non molte altre fonti di prova.

Il processo era quindi una netta e dichiarata guerra tra fronti opposti:  da un lato l’esigua pattuglia dei collaboratori di giustizia (o, impropriamente, i pentiti), dall’altro lato la distesa degli accusati.  Nessuna mediazione era possibile. L’antagonismo non era solo contrapposizione processuale, ma vera e propria guerra, comprensiva di fatti di sangue, in danno se possibile dei collaboranti (normalmente protetti) più spesso dei loro congiunti o sodali (nel processo vi fu un buon numero di morti e di feriti).

La guerra inevitabilmente tracimava sul terreno strettamente processuale e si traduceva in un ostruzionismo ostinato, in un ribellismo alla fine perdente ma sempre in grado di dilatare sino allo sfinimento l’andatura di un meccanismo già di per sé pesante e pachidermico.

In questo contesto nacque in me l’idea del praeter legem, descritto nelle prime pagine di “Fine pena: ora”.  Sin dalle prime settimane mi resi conto che, accanto al mio compito di conduttore del rito processuale, la situazione mi affidava in via del tutto informale anche un ruolo di gestore,  per un tempo non breve, di una piccola comunità, della quale facevano parte non solo i 242 imputati, ma tutto il loro intorno familiare e domestico, con i problemi di umanità varia che questo comporta.

Decisi allora di dedicare una piccola quota di tempo, dopo la chiusura formale dell’udienza, all’ascolto vuoi dei familiari, vuoi degli imputati stessi (questi nella condizione detentiva garantita dall’aula-bunker e con la presenza del difensore, se lo voleva) affinché loro potessero espormi esclusivamente questioni del tipo anzidetto.

L’innovazione ebbe un effetto inatteso, perché svelenì di colpo l’atmosfera bellicosa.  Parecchi imputati, anche i più indisciplinati, vennero a quei brevi colloqui, e in vari modi mi fecero comprendere che il processo da quel momento avrebbe avuto uno svolgimento ordinato, pur nelle sue inevitabili durezze e contrapposizioni.

 

3.a.- Il fatto, a distanza di anni, si presta a qualche riflessione non banale.

La mia decisione fu del tutto istintiva e non finalizzata ad alcun obiettivo preciso.  Taluno, soprattutto qualche esponente del foro locale (mosso dal sospetto che il giudice, in quei tete à tete, potesse sollecitare o comunque raccogliere dichiarazioni “fuori sacco” nocive alla difesa)  avanzò dubbi sulla sua legittimità, ma in realtà nessuno poté affermare che l’iniziativa fosse illegittima, se non altro perché la presenza del difensore era non solo ammessa ma auspicata.

Si trattò dunque, a voler semplificare, di una piccola invenzione in un terreno poco praticato,  quello che non è regolato da alcuna norma, e che proprio per questo può avere delle fecondità inesplorate.  Il cervello del giudice-operatore del diritto è monopolizzato, sin dall’origine, dal binomio secundum legem / contra legem, che raccoglie il suo universo, la sua attenzione, il suo agire.  Poco spazio rimane per quell’ampia terra che è il praeter legem, la distesa delle cose che non sono normate, ma che sono possibili, spesso fertili, talora addirittura risolutive, con l’unica condizione che non siano contra legem.

Quell’ascolto inusuale fu benefico.  E spinse i soggetti del nudo rito processuale ad uscire almeno parzialmente dai rispettivi ruoli.  Il giudice non fu più solamente il celebrante di un rito, gli imputati non furono più dei belligeranti, il giudizio tornò ad essere un luogo di confronto e di accertamento.  Nulla di clamoroso, tanto meno di celebrabile, solo un motivo di conforto per chi tenta strade non percorse.

 

4.- L’uscita dai ruoli può essere contagiosa.

In quel processo lo fu. Salvatore, punta di lancia dello schieramento belligerante, venne a chiedermi un permesso per andare a visitare la madre malata.  Le caratteristiche del soggetto mi imponevano determinate cautele nel concedergli il permesso, e quelle modalità egli rifiutò con energia (rimando al libro).  L’antitesi consueta (il secundum/contra) conduceva a modellare il permesso in conformità a quanto prescritto dall’ordinamento penitenziario, e quindi di fatto avrebbe costretto Salvatore a rifiutarlo e lo avrebbe irrigidito e incattivito in massimo grado.   Senza rifletterci molto, pescai ancora una volta dal praeter legem una variante di una qualche audacia, che riposava su una convergente fiducia reciproca.  Il patto fu tacito ma chiaro. Io mi assunsi il rischio, lui non ne profittò. Tutti e due rinnegammo per un momento i vincoli formali del rispettivo ruolo.  Il mio imponeva di dare prevalenza alla cautela nei confronti di un soggetto “pericoloso”; il suo suggeriva di trarne profitto recuperando una sia pur rischiosa libertà.  Con lo sguardo di oggi, fu lui e non io ad effettuare la rinuncia più costosa. Vista oggi, fu quella dismissione dei rispettivi abiti la premessa di un eccezionale rapporto successivo.

 

5.- La premessa emotiva

C’è un’altra pagina che costituisce la premessa emotiva più diretta alla nascita di quella lunga corrispondenza, ed è il colloquio informale chiesto da Salvatore nelle ultime battute del processo, quando egli mi prospettò in linguaggio elementare il fenomeno della lotteria della vita

 (“ … se suo figlio nasceva dove sono nato io, forse a quest’ora era lui nella gabbia…”).

In questo caso non seguì alcuna condotta, né tipica né atipica.  L’imputato si limitò, anche qui senza esserne consapevole, a ricordare al giudice che il suo sguardo deve bensì verificare essenzialmente se una certa condotta riproduce il modello legale;  ma uno sguardo ampio non può ignorare che la stessa condotta può essere pesantemente influenzata dai condizionamenti sociali. La legge non lo ignora, e infatti per lo più affida al giudice una discrezionalità che gli permette, non già di non applicare la sanzione, ma di modularla anche in ragione di quei condizionamenti.

Questo però non accade nei crimini molto gravi i quali, proprio per la loro gravità estrema, pretendono una pena di durezza a sua volta estrema, quale è l’ergastolo.  E Salvatore sapeva che quello era il suo destino.

In questa situazione il praeter legem era muto.  O almeno io non vidi alcuna praticabilità.   Nel momento in cui il giudice si sia convinto che l’imputato è autore di quei crimini e non disponga di margini di discrezionalità, egli non può essere altro che la bouche de la loi, l’applicatore di una norma per quanto severa.

 

6.- Praeter Legem

Tuttavia anche quel colloquio smosse degli argini, anch’esso fruttò a distanza una intuizione istintiva nel terreno del praeter legem.  Che cosa di più anomalo, infatti, di un giudice che, avendo appena murato nella pena perpetua un giovane delinquente, gli scrive una lettera di un equilibrismo quasi impossibile, come quella che diede inizio allo scambio trentennale?

Il giudice non poteva evitare di irrogare quella sanzione (aveva agito“secundum  legem”); nemmeno poteva “scusarsi” di averla irrogata senza rinnegare il suo dovere (avrebbe agito “contra legem”):  poteva forse offrire qualche cosa di non codificato, come parziale soccorso ad una sofferenza di cui era oggettivo ma inevitabile artefice.  Questo – visto a distanza, perché allora fu anch’esso un comportamento irriflesso – fu probabilmente il “praeter legem” al quale attinse la prima lettera del giudice.  Non una semplice parola di consolazione, che sarebbe suonata ipocrita;  ma la proposta di un patto.

Tu dovrai attraversare una sterminata distesa di giorni in condizione di recluso – diceva la lettera senza dirlo.  Il tuo è un impegno al limite dell’umano (infatti molti condannati non lo reggono e si tolgono la vita). Ma tu lo puoi reggere se ti proponi di guardare il mondo con occhi diversi da quelli che ti hanno guidato sino ad ora, se farai di te quell’uomo nuovo cui aspira la nostra civiltà carceraria, chiedendo la rieducazione del condannato; tu potrai reggere questa prova, soprattutto, se qualcuno ti accompagnerà in questo cammino.

Su questa premessa possiamo sottoscrivere un patto.  Tu resisterai, io ti accompagnerò. E tu a tua volta prometterai: io resisterò, se tu mi accompagnerai.

Salvatore, l’uomo che “libri non ne aveva letti mai, solo atti processuali”, comprese il patto, lo firmò e lo osservò.  Per trent’anni.

 

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Elvio Fassone, già magistrato e già Senatore della Repubblica;  autore di varie
pubblicazioni in materia processual-penale e penitenziaria;  in particolare, da ultimo, di "Una Costituzione amica" (2012) e di "Fine pena: ora" (2015)

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