Prima Provocazione estetico-giuridica: processo, identità, sguardo

L’identità è un processo.

L’identità è un processo perché è un divenire, non sta ferma, è molteplice, plurale. Qualcosa di essa persiste trasformandosi. È una linea tracciata che punta in direzioni che non appartengono solo a te, ma a come gli altri restituiscono il tuo sguardo e lo puntano come una telecamera, o come un fucile, su di te, sul mondo, giudicandoti.

Anche per questo il processo, quello che si fa in tribunale, fa parte dell’identità e la costruisce. Costruisce quella individuale di chi fa il processo, il giudice, e di chi subisce il processo, come imputato, ma anche della società che guarda.

Il processo ha anche una funzione sociale, come la pena, che deve punire in modo esemplare ed anche rieducare, si diceva un tempo. Forse oggi che la pena e il carcere servano davvero a punire e a rieducare non lo pensano più in molti, però, a ragione o torto, lo si continua a fare.

 

I processi davvero esemplari, identitari, si sono estesi dai tribunali ai media:

qui l’identità sottoposta a processo viene mostrata ed esposta a tutti, ieri sui giornali e le televisioni e oggi sui social network. Servono a fare notizia, ma sono già una pena esemplare, prima ancora che il processo cominci, l’essere mostrati come sottoposti a giudizio. E se poi l’imputato era innocente basta un titolino in fondo al giornale o alla pagina web, perché ormai non fa più notizia. E nessuno sembra poter farci nulla.

L’assenza di pudore, che questo sistema di comunicazione al tempo stesso comporta e rappresenta, oggi pervade i social network e la stessa quotidianità politica e civile, istituisce un’identità sociale collettiva fatta di relazioni priva di vergogna, in cui ogni nefandezza può essere non solo pensata e immaginata, ma anche detta, fatta e comunicata, pressoché impunemente.

Si ricostruiscono così identità fittizie escludenti, che finiscono per diventare reali, modo di pensare la propria terra, la propria lingua, la propria ‘nazione’, la propria tradizione.

L’identità è sempre una finzione, un altro che mi fa uscire dall’immaginario: “Je est un autre”, diceva Lacan riprendendo il Poeta. Come sono finzioni che diventano realtà, persone giuridiche, istituzioni, sempre in bilico tra libertà od oppressione, lo Stato, le multinazionali, il Mercato. Non si può portare in prigione uno Stato, una multinazionale, un robot. C’è bisogno di un corpo umano su cui esercitare il potere in quel modo.

 

Una terza via per pensare l’identità, non reazionaria e non nichilista, deve allora costruire lo spazio di un Terzo come spazio plurale del fra l’uno e l’altro?

 

Nella polis greca questo luogo era costituito da molti luoghi diversi, lo spazio del mercato, del foro e dell’assemblea, del tempio e del teatro, tenuti tutti insieme da un’idea-forma delicata e fragile, la polis.

 

Le nostre democrazie sono lontane nipoti di quella pluralità, pluralità che deve però essere difesa dalla sua stessa fragilità.

Occorre reinventare un luogo Terzo che valga per tutti, in cui tutti si possano riconoscere e che sia posto al di sopra di tutti i Noi identitari possibili.

Un luogo che distingua tra lo spazio comunitario del Noi e quello spazio collettivo simbolico del “Si”, comune a tutti (“Si dice che…”) e riconosciuto da tutti, senza essere esclusivo o monopolizzabile da nessuno. Alcuni dei Nomi recenti di questo spazio comune sono stati il Parlamento, la Costituzione, l’Unione Europea, luoghi simbolici da tempo in crisi, ma che non possono essere rimossi dal piano simbolico e culturale senza danno. Lo spazio culturale del Terzo, di volta in volta, è condiviso dal Giudice, dal Poeta, dal Prete, dal Politico, dal Mercante, dall’Intellettuale e da molti altri, che lo esercitano ciascuno in luoghi diversi (Tribunale, Tempio, Mercato, Università…) . Da ciascuno, però, sapendo che quello ideale spazio comune di tutti non è totalmente suo, e non può essere occupato neppure del Noi di cui egli è la voce, ma appartiene a tutti senza essere di nessuno, e proprio per questo può essere comune.


Questo mi pare intenda Lello Voce nella sua provocazione poetica, quando scrive che le posizioni che mettono in discussione quello spazio non possono essere accettate, perché minano il fondamento stesso della democrazia. Così faticosamente conquistata, nella storia dell’occidente a fronte dei dogmatismi religiosi, politici, economici e tecnologici, che hanno preteso di occupare quel Luogo del Terzo come esclusivamente proprio. O addirittura riferito al proprio Io sovrano nel caso dei dittatori (ove il corpo del Dittatore era il Nuovo Leviatano, il corpo stesso della Nazione, che si identificava in esso, come oggi si identifica in un oggetto di consumo).  

 

Il giudizio allora non si dà solo nel tribunale.

Basta un solo sguardo, dopo il processo, per riportare idealmente il condannato in carcere, e basta un solo sguardo per opprimere il corpo del diverso, del disabile, del condannato, della donna, dell’immigrato, dell’omosessuale, o anche, all’inverso, il corpo del normale, se mi identifico come diverso. Basta un solo sguardo per escludere quel ‘Noi’ in cui non ci identifichiamo in nome di un ‘Si’ impersonale di cui diveniamo l’unica voce, la voce vera.

Per questo a Materre e negli Aenigmata la difesa del luogo del Terzo parte dal corpo del Poeta e si prova a cercare uno sguardo nuovo cinematografico, forse nel senso con cui si cercava una forma Nuova di espressione nei tempi di grandi mutamenti, dal Dolce Stil Novo di Dante alla Scienza Nuova di Vico.

 

È possibile un nuovo sguardo che sia ‘panottico’ senza essere Leviatano, non totalitario, capace di dare senso a una nuova forma dello sguardo sociale sull’altro?

 

Nel cambio di sguardo che la tecnologia immersiva del cinema di poesia a 360° richiede, la forma non è più la prospettiva di Leon Battista Alberti, del teatro all’italiana, neanche della camera oscura. È possibile un nuovo sguardo che sia ‘panottico’ senza essere Leviatano, non totalitario, capace di dare senso a una nuova forma dello sguardo sociale sull’altro? Può questo sguardo evocare il posto del Terzo che deve rimanere vuoto? Questa è la sfida, l’aenigma, il processo intorno a cui il cinema e la poesia di Materre e gli Aenigmata mi pare si muovano.

E per questo, nel processo in tribunale, come giuristi partiamo dallo sguardo del giudice Elvio Fassone di fronte a Salvatore, l’imputato che come giudice ha giustamente condannato all’ergastolo e a cui eppure scrive, dopo la fine del processo, per quasi trent’anni. È solo un semplice sguardo di un uomo su un altro uomo, nulla di più. Significa qualcosa, però, per lo sguardo sull’altro di ogni cittadino. E forse, chissà, anche per lo sguardo del Poeta e del Regista. Quello sguardo che certamente Scotellaro non aveva ricevuto dal giudice che lo aveva ingiustamente condannato.

E anche per questo continueremo, in Università, in comunità e in aenigmata, mentre i registi riprenderanno i poeti che compongono, a studiare e far ricerca sui processi, a Rocco Scotellaro, agli intellettuali turchi, a Mimmo Lucano. Perché didattica e ricerca non si possono disgiungere.

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Professore ordinario di filosofia del diritto dell’Università del Piemonte Orientale e
insegna oltre a alla Filosofia del diritto i corsi di European Law and Humanities, Clinica Legale della
Disabilità a Torino e Nice. I suoi interessi di ricerca sono l’estetica giuridica, le law and humanities,
le neuroscienze affettive, la teologia e la disabilità, nel loro rapporto col diritto. Presidente del
CIRCe, è codirettore della rivista Teoria della regolazione sociale e delle collane, e delle collane
Tôb. Antropologia ed estetica giuridica (Giappichelli, con Pierangelo Sequeri) e Antropologia della
libertà (Mimesis, con Sergio Ubbiali). Ha pubblicato tra l’altro Estetica Giuridica (2 voll.,
Giappichelli 2012) e La dignità disabile. Antropologia del dono e dello scambio (Dehoniane, 2014)

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