Tutto quello che siamo e che facciamo lascia per sempre una traccia che ci identifica. Per MaTerre ecco il racconto sull’identità di Francesco Campagnola, Professore all’Università di Ghent.

 


 

Di pesci e pietre. Una riflessione su tracce, simboli ed identità

 

Anni fa, stavo osservando un immenso banco di carpe nuotare tutte nella stessa direzione, seguendo il canale scolpito nella pietra, costeggiato dal roseto, che sfocia nella grande vasca della Moschea Halil-ur-Rahman a Urfa, nel Kurdistan turco. Le carpe si accalcavano contro il bordo del canale e, all’unisono, guardavano nella mia direzione. Mi si avvicina un giovane che attacca bottone; vuole raccontarmi la storia della moschea, che io ho già letto su un libro. Abramo/Ibrahim/Abraham era stato imprigionato dal re Nimrod, in odio al vero dio. Nimrod fece precipitare il patriarca dalla rocca che sovrasta l’attuale moschea, ma Allah/Dio/Jahveh creò un letto di rose per attutire la caduta del suo servo. Nimrod comandò allora che Abramo fosse bruciato vivo, ma, per ordine del cielo, il fuoco fu trasformato in acqua e i tizzoni ardenti divennero pesci.

I tizzoni muovono le loro code tutti insieme, mentre mi scrutano coi loro piccoli occhi tondi, le bocche circolari che si aprono e chiudono ritmicamente.

La conversazione con la mia nuova conoscenza procede e mi racconta della (sua?) vita, delle sue speranze. È curdo, sta studiando danese e il suo grande sogno è trasferirsi in Danimarca. Forse vuole praticare il suo inglese, forse è incuriosito da me—parliamo per qualche tempo e poi mi presenta un amico della minoranza araba siriana che vive (e già all’epoca viveva) in quella regione. Quando gli chiedo in che lingua dovrei ringraziare qualcuno in città, se non so da quale gruppo egli provenga, non sanno bene che dire.

Intorno a noi passano degli uomini e delle donne con la testa fasciata nello stesso velo viola. Questo particolare indumento non fa distinzione tra uomini e donne né, mi dicono, tra etnie. Chi è originario della regione finisce per vestirlo. Le teste viola fanno contrasto con le uniformi verdi dei militari, con le loro bandiere turche cucite sulle maniche, che incrociano con regolarità il flusso dei pellegrini. Io sono uno dei pochissimi turisti in città; a gesti e in inglese tento di inserirmi in un complesso mosaico di lingue e gestualità differenti. Questo mosaico ha evidentemente una sua gerarchia, un suo ordine e delle regole di relazione e reciprocità che non mi sono evidenti. Le relazioni tra arabo, curdo (kurmanji, più precisamente, un tipo di dialetto curdo) e turco sono ulteriormente complicate dalla presenza di credi e sette differenti che reinterpretano e si appropriano a loro modo della moschea e della sua realtà simbolica. Nel lungo viaggio in Autobus su strade sterrate di montagna, ho incontrato un gruppo di Alevi, pronti a traversare centinaia di chilometri per vedere la grotta dove Abramo pregava. Chissà cosa direbbero se sapessero quello che la mia conoscenza curda mi confessa due giorni dopo: c’è un’altra città, nel Kurdistan Iracheno, con uno stagno di carpe ed un roseto, che sostiene di essere il vero luogo dove Nimrod regnava e Abramo pregava. O se scoprissero quello che ho visto su internet una volta tornato a casa: che, prima di diventare tizzoni di fuoco, quelle carpe vivevano già in quel luogo, animali sacri, simboli viventi in un tempio dedicato alla dea-pesce Atargatis.

 

In quest’area del mondo, dove le identità convivono, a tratti si oppongono e negoziano continuamente alternative ai confini spaziali imposti dalla politica delle Nazioni, dare senso alle appartenenze è un’impresa. È nella natura del luogo, che ha visto la presenza organizzata dell’uomo dai tempi più antichi. A pochi chilometri dalla città, visito l’allora ancora semi-sconosciuto sito archeologico di Göbekli Tepe.

Quando ancora i Sassi di Matera non esistevano e le grotte trogloditiche della Cappadocia erano vuote di vite umane, molto prima di Abramo, a Göbekli Tepe un’antica civiltà, ancora ignara dell’agricoltura e dell’arte della ceramica, andava costruendo una delle più impressionanti strutture megalitiche e simboliche di cui rimanga traccia. Di migliaia di anni, la più antica mai rinvenuta al mondo. In quello che oggi è un deserto di pietre ma all’epoca doveva apparire ben più verde, questi nostri antichissimi consimili, la cui identità è persa nel tempo, hanno edificato tumuli e costruzioni. Hanno eretto pilastri alti 3 metri sui quali sono incise figure di colossali uomini senza testa e di animali misteriosi ed oggi estinti. Si è parlato di “edifici di culto” e di “templi” per definire quelle mute pietre, ma, come E. B. Banning ha fatto notare, ogni nostra proiezione antropologica delle categorie del sacro e del profano su una civilizzazione tanto lontana è arbitraria.

Cosa è successo agli uomini di Göbekli Tepe? Dopo più di mille anni di uso del sito, lo hanno ricoperto sotto un grande tumulo e sono scomparsi in una migrazione senza meta conosciuta. Oggi, in ognuno di noi può celarsi una qualche traccia biologica o simbolica di quel gruppo umano (quei gruppi umani?), senza che vi sia per noi alcuna possibilità di individuarla e separarla dal flusso delle tante esperienze umane di cui siamo costituiti.

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